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Don Giovanni. En femme après la mort

Drammaturgia originale sulla figura di DG

di e con  Daniele Fedeli


ispirato dai testi di  D.A.F. de Sade / Georges Bataille / 

San Giovanni de la Croce / Maria Maddalena de’ Pazzi /

Molière / Lou Von Salomè / Fedor Dostoevskij


Luci e audio  Luigi la Marca


Make up  Saosen Echi


Assistente alla regia  Maria Bacci Pasello


Produzione  Lure


In collaboraizone con  Phoebe Zeitgeist / Piccolo Teatro dei Sassi





“A questo buio dentro noi femmineo

è la luce del giorno disastro”


Heinrich von Kleist



L’ ESTASI EROTICA


Don Giovanni in quest’atto teatrale non è più visto come il classico e ammuffito seduttore che va in cerca di giovani vergini da violare. È visto invece come un uomo che va cercando nelle donne una femminilità, un oblìo, una profondità, un’assenza necessaria dove perdersi, e non trovandola in nessuna di esse se la cerca infine dentro di sé. È per questo che vediamo Don Giovanni giocare, in scena, con un mucchio di vestiti femminili. Si cerca e non si trova. Cerca il femminile che è perduto in lui, e si perde in quel buio inconosciuto. Si guarda allo specchio e non riconoscendosi, si crea daccapo. Cerca l’abbandono attraverso la carne, l’estasi attraverso l’eros. È questo il desiderio che muore e che diviene oblio, è questa l’estasi che s’innalza per mezzo del corpo, fino alla sparizione, fino a giungere ad uno stato di grazia, ad uno stato teopatico dove non c’è più volontà, né desiderio, né attività, né reazione. È una beatitudine inerte, una compiuta trasparenza di tutte le cose, un nulla uguale a Dio, direbbe Bataille con padre Tesson. È questo che trova Don Giovanni nella sua stanza privata, nel suo segreto boudoir. Nel boudoir dei suoi travestimenti maldestri. Trova un nulla, trova Dio, trova il femminile, forse. Tende all’Amore Totale attraverso il suo corpo, o meglio, passando attraverso l’eccesso di quel corpo, tende alla morte attraverso un’ eccesso di Eros, attraverso un’ eccesso di carne. Da questo deriva la sua estasi erotica cosciente/incosciente: dall’eccesso del desiderio di quel suo corpo. Raggiunge la grazia attraverso una disgrazia divorata da quello stesso desiderio. Giunge con la sua sfrenata voglia, a quell’amor morto privo di volontà e privo di sazietà, che tanto ha invocato nei suoi deliri Maria Maddalena de’ Pazzi. Quell’amor morto è Dio, lo stesso Dio di Senofane da Colofone, il Dio di Eraclito, il Dio di Giordano Bruno – quello che è <dentro di noi più che noi stessi siamo dentro di noi>, e per fondersi con esso bisogna passare attraverso un amore “imprefetto”, attraverso il desiderio e quindi, attraverso la morte di esso. Diviene solo una figura in abiti femminili, Don Giovanni, la visione di una voluttà così terribile e immensa da divenire estasi, da divenire santa. Il piacere quando è così disperato da irrompere improvvisamente nel vuoto, diventa Dio. Don Giovanni precipita con slancio demoniaco, in quella voragine di sé stesso che non conosce. Contempla (cosa, se non il niente?), ed è simultaneamente l’essere contemplato, non esiste più alcuna differenza. Va cercandosi addosso quel femminile che non ha mai trovato in nessuna donna e lo trova laddove lui stesso si perde, laddove non esiste più.





p.s


Che cos’è  il femminile?


Compito arduo e bastardo rispondere in qualche riga a questa domanda che può e potrà solamente ricevere deboli discettazioni, maldestramente filosofiche e parziali. Tuttavia il fastidio che potrò creare e ricrearmi con queste righe, sarà sicuramente meno odioso del quesito e servirà solamente da post-scriptum a  questa nuova visione di Don Giovanni.

Il quesito è ostico, e produrrà sempre risposte riduttive poiché non è possibile parlare del femminile, poiché non è possibile parlare di qualcosa che non esiste, come non è possibile parlare di Dio. Per svolgere questo compito ingrato quindi, mi vedo costretto ad usare pallide similitudini e oscuri paradossi del linguaggio. Si potrebbe dire che il femminile è una forza accogliente e paurosa, una buia caverna che riceve nel suo grembo fecondo. Si potrebbe raffigurare il femminile nella forma della spirale, del vortice che risucchia, di qualcosa che avvolge e che irresistibilmente attrae. È forse senza sofferenza, il femminile, perché è dopo la morte e quindi dopo il desiderio. È obblivione, dimenticanza, abbandono. È incorporeo, è aeriforme, è un soffio tremendo, il femminile è un vuoto, è mancanza. In generale il femminile è un’assenza. È quello spirito che crea un dualismo con il maschile, che a sua volta è tutto corpo, è un solido, è una forza rapace, è un onda reboante di energia fisica: è una presenza. 

Forse il femminile è energia non in quanto forza, ma in quanto entità dinamica che muove e si muove. Sapienza, non in quanto conoscenza in un’accezione mentale, ma in quanto qualità propria del femminile che è a sua volta depositario dell’onere della creazione. 

Il maschile è forse energia che nell’unione col femminile è trasformata, il femminile è l’organo cavo che accoglie l’energia e genera da essa nuovi mondi. Il maschile trova realizzazione nel femminile che è trasformatore del suo impulso, il femminile nel maschile che è materia che si pone ad elemento di esercizio del suo compito primo: la creazione.

Ecco detto in qualche riga l’indicibile. Ma non basterà mai, rimarrà sempre un allenamento del linguaggio fine a se stesso, poiché il linguaggio sarà sempre così  inappagante e così incompleto.

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