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La libertà dell'ignoranza

Prima drammaturgia

Di Daniele Fedeli


Con Gaetano Franzese, Annalisa Iovinella, Daniele Fedeli, Michele Magni, Maria Bacci Pasello


Audio e luci Luigi La Marca


Disegni Giulia Ravarotto


Produzione Lure

In collaborazione con Phoebe Zeitgeist



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SYNOPSIS (visione d’insieme)


“On n’échappe pas de la machine”

Gilles Deleuze


Se guardassimo dentro al cuore di ogni uomo, vedremmo carne e sangue e morte. Dentro tutti noi, dal momento in cui fuoriusciamo spinti dalla forza materna, si dirama, piano piano, in silenzio e fatalmente, una piaga. Quest’atto, vuole essere quell’inestinguibile piaga.

È colorato di bianco e di rosso e di viola, quest’atto. Le figure si muovono in un cosmo nero. Nel buio di una notte senza fine. Illividite nel volto e decadenti nel corpo, vengono illuminate da due scarne lampadine elettriche e da qualche candela. Esse, sono divorate da un demone tutto bocca e denti e lingua: il Figuro, spietato e terribile, che siede affossato in questo non-luogo, in questa human horror suite, alle spalle di tutti, quasi inosservato eppure sempre presente. Siede in una tavola imbandita e stracolma di libagioni. Non parla. Mangia. Beve. Inghiotte le anime. Succhia via la vita. È il demone odierno. Il demone che non ha nome e non ha volto. Il demone cacofonico della marcescente famiglia umana. Quello che non si vede eppur si muove nelle menti degli uomini. Quello che talvolta governa i cuori, e alimenta la mediocrità fino a farla parlare. Da questo demone sono mangiate e manipolate le figure in scena. Il Dottore e la Moglie sono sue marionette. L’uno, la falsità e la pochezza dell’uomo dabbene; l’altra, l’ipocrisia e la superficialità fatta donna.

Al centro della situazione, in un letto sudicio, lasciato crepare senza cure e senza affetto, il Marito. Il Padre. L’Uomo. La condizione dell’uomo di eterno malato. Colui che avrebbe potuto liberarsi, se non dalla vita-morte, quanto meno dalle orride e incatenanti dinamiche che impone la società organizzata. Quest’atto è il tentativo di quest’uomo di fuggire da ogni dinamismo mortale. Un tentativo mancato. Una possibilità fallita. Fallita per caso, per fatalità, per una sorte iniqua. Le bende, il sangue, i piedi tagliati, mozzati. Non può più camminare. Si ritrova in un letto e gli è impedito di scendere. La vita gli è stata incidentata. Non c’è speranza di salvezza. <L’unico modo è quello a cui non abbiamo ancora pensato>, dice.

E poi, la Figlia. La sola che gli dona speranza, l’unica che offre un poco di spensieratezza. Ella è una meteora che sorvola il nero bitume di questa lunga notte fatta di grida e di urla laceranti, e lascia un canto che volteggia nell’aria. È colei che ha per casa il mondo intero e sceglie di andare via, lontano, forse verso la salvezza.

Quest’atto, infine, è il cuore umano, è l’anima umana. È la ricerca di una libertà, che può arrivare in forme diverse oppure non arriva mai. È la libertà di scegliere se lasciarsi divorare da un demone ignominioso e impietoso, prostituendosi con suprema frivolezza, oppure se resistere invano. È la libertà dell’ignoranza di mangiare un cuore. Uno spirito di leggerezza. Una vita. È la vita di un morente. Una vita infranta, rotta, spezzata. È la vita che forse tutti attraversano ma che nessuno riesce a sconfiggere del tutto. È un’immensa piaga che si spande sulla scena. Una piaga eterna.

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