

NELLA FORESTA
Primo frammento del ciclo performativo "Purificazioni" ideato con Silvia Pasello
Dalle liriche di Hölderlin
A cura di Silvia Pasello / Daniele Fedeli
Con Daniele Fedeli
In collaborazione con APS Pratoteatro / ButiTeatro
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Uno spazio vuoto, un corpo che appare in lontananza, una voce che è musica, un animale che come un guardiano osserva davanti a sé gli sguardi degli astanti.
Purificazioni | Nella foresta è la prima spora performativa di un ciclo di azioni che nascono dall’interesse nell’affondare nell’idea e nella condizione di reclusione, di prigione e di isolamento, per arrivare a comprendere e riuscire ad esprimere la metamorfosi interiore che da questa reclusione – volontaria o non – deriva.
I riferimenti non sono solo di questa attualità, ma di sempre. Dagli stiliti del deserto, ai galeotti, ai monaci, alle murate, agli hikikomori, ai folli. L’idea del lavoro deriva dalla lettura di diversi libri, primi fra tutti Reclusione volontaria di Renato Curcio e Sorvegliare e Punire di Michel Foucault. Questi testi non sono presi in considerazione come parte attiva della performance, ma gravitano intorno all’azione come universi immaginari di riferimento.
Questo primo frammento del puzzle di Purificazioni è intitolato Nella foresta perché sono proprio la foresta, il bosco, le ramificazioni di fronde e le moltiplicazioni di alberi che rappresentano uno dei primi luoghi di allontanamento, di autoprigionia.
Frammenti dalle liriche di Hölderlin verranno estratti e ricomposti a formare un unico detto, un solo canto orale. Il corpo del recluso, che di tanto in tanto appare, distante, come appartenente ad un nuovo mondo, si farà presente agli astanti solamente come voce, attraversando la musica del controverso poeta romantico, anche lui autorecluso, sul finire della sua vita, in una stanza all’ultimo piano nel retro a forma circolare della casa della famiglia Zimmer, per questo chiamata “la torre”. Godendo della vista della vallata del fiume Neckar, visse qui gli ultimi trentasei anni della sua vita. La forza degli elementi naturali concepiti spesso come divinità – con uno sguardo bramoso all’età dell’oro dei greci – fu sempre un tema centrale delle sue liriche.
La domanda che allora si impone è: che cos’è “prigione”? Cosa vuol dire “isolamento” o “solitudine”? Cosa avviene quando un corpo autorecluso o isolato persiste in uno stato di prigionia e silenzio volontario?
“Prigione” è un luogo – anche solo in quanto mente o anima – da cui un corpo è impossibilitato a evadere e quindi a modificare il suo stato di immobilità apparente. In realtà, essendo reclusi, si trova sempre un modo per evadere che però spesso non porta ad “uscire fisicamente” dal luogo di reclusione, ma piuttosto spinge a creare, dentro la prigione, un altro luogo dove rifugiarsi. È per questo che una stanza, un bosco, un corpo, un pensiero o addirittura il linguaggio stesso possono diventare, in determinate circostanze, “prigioni”. Il linguaggio, che sia logico-dialettico o fisico-gestuale, può rappresentare dunque, in questa prospettiva, un limite. Tuttavia qualsiasi tipo di linguaggio permette l’espressione più o meno parziale di qualcosa che altrimenti risulterebbe inesprimibile anche se non del tutto incomunicabile.
Dentro l’universo che si sta creando per evadere, si costruisce l’impalcatura per un nuovo edificio di isolamento. Una prigione amplificata, moltiplicata.
Il nucleo in cui agisce la nostra azione performativa, tuttavia, non è la prigione in quanto tale – cioè la presa di coscienza di cosa sia o non sia la prigione in sé. Il centro è invece la metamorfosi che scaturisce nel corpo del recluso come naturale conseguenza del suo isolamento e che lo rende non più riconoscibile ai “luoghi del quotidiano”.
Questo porta ad un’alterazione della propria abituale condizione di vita. Il corpo convenzionale che ogni giorno viviamo e che determina la nostra immagine del mondo e nel mondo tra gli altri esseri viventi, decade, in favore di una non più precisata forma interiore, intima, una presenza che si auto-estirpa da ogni attualità trovando espressione altrove. La presenza è essenziale e l’essenza la si può ritrovare in ciò che di inesprimibile la materia – sotto forma di linguaggio – esprime.
Il corpo metamorfizzato è il corpo che subisce uno stato di alterazione fisica, spirituale o mentale che lo porta a trasformare il suo essere e il suo stare. La sua forma trasferisce, deformandosi, la sua essenza in una nuova forma, in un nuovo stadio – o stato.
Con la metamorfosi, l’essere e il corpo – o il corpo dell’essere – raggiungono una nuova espressione attraverso un linguaggio alterato rispetto a quello primario e imperante.
Purificazioni è questo persistere alterato dell’essere in un corpo e in un luogo di reclusione o di isolamento.
Il punto focale è infatti la pura diversità conquistata grazie a questa metamorfosi e che prende le distanze dall’abituale e dal quotidiano. Una diversità necessaria anche se relegata, maltrattata o autoreclusa. È una presa di posizione netta, politica, rispetto al mondo del vivere sociale attuale ed è qui rappresentata da un vivere se stessi come altri, essere presenti come complesse architetture esplosive, non più riconoscibili perfino ai nostri stessi occhi. È un voler affermare ciò che di diverso esiste e dargli spazio. Essere consapevoli che, seppure affondati in un ambiguo ingranaggio che lascia così pochi spiragli, dove la libertà diviene un concetto troppo astratto da poter anche solo comprendere, questa interna metamorfosi permette alla nostra diversità di conquistare la sua purezza e di rimanere pura anche nella corruzione, o forse proprio in virtù di essa.





