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LA VITA NASCOSTA

Secondo frammento del ciclo performativo "Purificazioni" ideato con Silvia Pasello

Wort-Ton-Drama dedicato a Silvia Pasello


Dalle liriche di

Pindaro - Hölderlin - Campana - Esenin


Drammaturgia originale

Daniele Fedeli


Con 

Daniele Fedeli e Andrea Stazi


Secondo frammento del ciclo performativo “Purificazioni” ideato da 

Daniele Fedeli e Silvia Pasello


Azione teatrale di 

Iuzō Tetrazzini o Iuzō T


In collaborazione con 

A.P.S. Piccolo Teatro dei Sassi



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PURIFICAZIONI: CONCEPT CICLICO


Purificazioni è un ciclo di performance e pièce teatrali ideato con Silvia Pasello. Il concept nasce dall’interesse nell’ indagare l’idea e la condizione di reclusione, di prigionia e di isolamento, per arrivare a comprendere e riuscire ad esprimere la metamorfosi interiore che da questa reclusione – volontaria o non – deriva. 

I riferimenti non sono solo di questa attualità, ma di sempre. Dagli stiliti del deserto, ai galeotti, ai monaci, alle murate, agli hikikomori, ai folli. L’ideazione del lavoro deriva dalla lettura di diversi libri, primi fra tutti Reclusione volontaria di Renato Curcio e Sorvegliare e Punire di Michel Foucault. Questi testi non sono presi in considerazione come parte attiva delle performance, ma gravitano intorno ad esse solo come parti dell’universo immaginale di riferimento. Purificazioni, dunque, è questo persistere alterato dell’essere in un corpo o in un luogo di reclusione e di isolamento. 


Il primo frammento del puzzle era intitolato Nella foresta ed è stato presentato al Monteferrato Festival, tra i boschi del monte che sovrasta la città di Prato. Gli autori che davano corpo alla drammaturgia erano Hölderlin e Thoreau; il luogo di isolamento e fuga era il bosco.



LA VITA NASCOSTA: SECONDO FRAMMENTO


Questo secondo frammento si intitola La vita nascosta poiché rappresenta uno sprofondamento all’interno del corpo di isolamento, dentro l’universo dell’auto recluso, nella sua “stanzetta” come scrive Hölderlin, per osservare in ascolto, cosa vi accade. Egli è lì, disteso, mezzo nudo, annichilito, svilito, come senz’anima. Non riesce ad alzarsi, non ha più forze, è come se fosse oggetto di una pena immobile che non gli permette di agire. Pensata come una specie di Wort-Ton-Drama wagneriano per voce, percussioni e synth, questa azione performativa-teatrale pone il solitario auto recluso come in attesa di qualcosa che arrivi dall’alto o dall’abisso di sé, in tensione verso un’ideale di bellezza che desidera conquistare e di cui egli si fa portavoce davanti al mondo. È una tensione umana, interiore: aspirare ad una bellezza impalpabile e indicibile.

Durante l’intera performance c’è una sola, simbolica azione da attraversare con fatica: alzarsi in piedi, conquistare l’altezza e guardare gli uomini e il mondo nuovamente.

Entriamo nella sua stanza, nel suo letto. Siamo l’uomo nero o siamo la purezza oscura. Come varcare la soglia di un luogo segreto? In un puro silenzio, forse. Come assistere e prendere parte alle visioni e al desiderio di bellezza del folle solitario? 

Sono domande, queste, a cui ogni spettatore, invitato ad entrare nel suo intimo luogo, forse potrà rispondere.

In questo caso, frammenti dalle liriche di Pindaro, Friedrich Hölderlin, Dino Campana e Sergej Esenin sono ricomposti a formare un unico detto, un solo canto orale. Il poeta tedesco si era auto recluso, sul finire della sua vita, in una stanza all’ultimo piano nel retro a forma circolare della casa della famiglia Zimmer, per questo chiamata “la torre”; godendo della vista della vallata del fiume Neckar, visse qui gli ultimi trentasei anni della sua vita. I riferimenti alle Olimpiche di Pindaro nella produzione di Hölderlin sono numerosissimi, specialmente nelle invocazioni agli elementi naturali e in certe asserzioni di carattere puramente umano, intimo e dunque anche politico, dell’uomo di fronte al mondo. Dino Campana, il poeta vagabondo, il folle delle fonti e del mare, ebefrenico morto di setticemia per una ferita da filo spinato allo scroto, visse sempre come un’ombra e con un’ombra per compagna sul suo letto di manicomio, forse la stessa ombra che formò l’uomo nero di Sergej Esenin, contemporaneo del poeta di Marradi, morto impiccato a Leningrado a soli trent’anni. Tutti reclusi o auto reclusi, folli, instabili, fragili, schizofrenici, violentati nell’anima.


Questo frammento del ciclo di Purificazioni, concept ciclico ideato e creato con Silvia Pasello, è a lei dedicato come dono al suo essere e alla sua amicizia.


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